PERCHÈ GLI ORDINI PROFESSIONALI OGGI. La realtà degli ingegneri.

L’esercizio della professione di ingegnere e, più in generale, l’esercizio di una qualsiasi professione che venga espletata nell’interesse del cittadino e della società e che incida su diritti costituzionalmente garantiti, ha una rilevanza ben più alta di quella che si può attribuire ad un mestiere o ad un servizio generico. Il ruolo dell’ingegnere nel campo della sicurezza del cittadino e della tutela e dello sviluppo dell’ambiente è talmente evidente che non vale la pena soffermarsi più di tanto sulle notevoli implicazioni della sua azione nel mondo tecnologico in cui viviamo: l’affidabilità delle infrastrutture e dei mezzi di trasporto, la sicurezza delle nostre abitazioni e delle dotazioni impiantistiche dalle quali siamo circondati, la competitività dei nostri mezzi di comunicazione, bastano a dare un idea della vastità e della importanza del campo d’azione dell’ingegnere.
Ma non vogliamo pedantemente ricordare i meriti di questo professionista alla realizzazione del mondo in cui viviamo; si è voluto fare un esempio per comunicare e ricordare a chiunque legga queste righe l’ importanza che hanno tutte le professioni nella società attuale. In questo momento storico nel quale i saperi e le conoscenze costituiscono la più importante risorsa di una nazione, le professioni debbono essere tutelate come un bene della collettività; ciò anche in quanto garanti del pluralismo e dell’indipendenza del cittadino.
Gli organismi di diritto pubblico che hanno gestito e controllato l’espletamento delle attività professionali, tra mille difficoltà per il permanere di norme che il legislatore non si è curato di aggiornare, sono gli Ordini ed i Collegi professionali.
La peculiarità dell’azione dei suddetti organismi è sintetizzabile in pochi atti: verifica dei requisiti per l’esercizio della professione, impegno per l’ aggiornamento professionale, controllo del rispetto delle norme etiche e deontologiche da parte dei propri iscritti, contrasto degli episodi di concorrenza sleale.
Sostanzialmente sono queste le azioni, a tutela del destinatario della prestazione professionale, che gli Ordini e Collegi vogliono continuare ad esercitare.
Ebbene, non solo i vari governi non sono stati capaci di fornire gli strumenti adeguati e moderni per poter operare in tal senso ma addirittura, in varie occasioni, in tempi passati ed attualmente, con schizofrenici alti e bassi, lanciando farneticanti e pretestuose accuse, esponenti del mondo politico hanno minacciato di ridurre all’impotenza gli organismi di controllo e di distruggere con provvedimenti sbagliati il tessuto ed il patrimonio culturale delle libere professioni. Una mano in questa azione intimidatoria la sta dando l’Europa con false e strumentali idee di liberismo economico: il libero mercato, la libera circolazione delle merci e dei servizi anche professionali….
Tutti provvedimenti che si vorrebbero rappresentare nell’interesse del cittadino e dei popoli europei. Sembra, invece, che l’ ”Europa dei popoli” (come l’ ”Europa della politica”, o la politica dell’Europa) sia ancora ai primi passi mentre al contrario pare assai più sviluppata ed attiva l’ ”Europa dei mercanti”, cioè delle multinazionali e del capitale.
Quale significato logico può avere l’equazione, libero mercato uguale abolizione delle tariffe professionali, nel campo delle libere professioni?
Nessuno! E’ semplicemente una slogan che torna comodo a coloro ai quali interessa ridurre l’atto professionale ad una operazione mercantile.
Mentre è chiaro che una tariffa minima, stabilita dal legislatore allo scopo di garantire il consumatore/committente che per quel tipo di prestazione (con i prescritti criteri di qualità, resa nel rispetto delle norme di legge e soprattutto delle norme etiche e deontologiche), non è possibile ipotizzare compensi inferiori senza venir meno ai requisiti prima citati, è una salvaguardia ben maggiore di quella che può derivare dall’applicazione delle regole del libero mercato. L’applicazione disinvolta di quest’ultime, disgiunta da un comportamento etico, sta contribuendo a realizzare una società ormai priva di valori, schiava di un consumismo sempre più sfrenato, preda delle opinioni e dei modelli imposti attraverso i mass-media, teatro dei più efferati raggiri finanziari e delle più odiose frodi; a cominciare dal settore alimentare. Non è di molto tempo fa il richiamo della massima carica dello Stato affinché anche in campo economico e commerciale tornino ad affermarsi principi etici e deontologici. E’ possibile che i nostri politici e le istituzioni pubbliche di controllo non riescano a vedere e capire tutto ciò? Come è possibile che eminenti esponenti politici rilascino dichiarazioni sconcertanti e imbarazzanti, tanto sono lontano dal vero, sulle caratteristiche di funzionamento degli organismi professionali e sulla necessità di modificare le modalità di esercizio delle professioni, che sono basate sull’etica, sulla serietà di comportamento, sulla capacità e preparazione, secondo un modello che rispetti solo la più bieca logica mercantile? La pressione del capitale, teso ad occupare uno spazio in un settore che finora ha fatto sostanzialmente a meno di esso, è talmente forte da procurare falsi handicap intellettivi e apparenti cecità. L’obiettivo è chiaro e potrebbe essere raggiungibile in quattro mosse successive e consequenziali: libero mercato, eliminazione delle tariffe, cancellazione degli Ordini, abolizione del valore legale della laurea. Cioè prestazioni professionali totalmente in mano alle società di capitale. Forse non tutti i politici dicono quello che pensano, forse alcuni usano le argomentazioni prima esposte per scopi elettorali, come bandiera per “sedurre” gli elettori potenzialmente più sensibili a tali tematiche; se così fosse è necessario ricordare loro che è oltremodo scomodo e pericoloso sventolare tale bandiera (gli Ordini professionali furono aboliti nel 1927 trasferendo le loro funzioni alle corporazioni) e che i professionisti sono stufi di essere trattati quale “ingrediente elettorale” da coloro che promettono di risolvere le loro problematiche ( e non lo fanno ) e da coloro che invece promettono di distruggere l’attuale loro organizzazione. Le professioni intellettuali, astenendosi dal tentare singolarmente improbabili soluzioni alle loro problematiche, potrebbero pensare ed agire in maniera unitaria diventando finalmente una “forza sociale”. Una forza sociale per essere tale deve essere consapevole dei propri doveri nei confronti della comunità all’interno della quale opera e quindi adoperarsi per assolverli al meglio ma subito dopo deve essere cosciente dei propri diritti: sostanzialmente il rispetto da parte delle altre componenti la società e la partecipazione alle scelte che riguardano il proprio lavoro, il proprio futuro, la propria vita. Non è da escludere che finalmente gli organismi rappresentativi delle professioni, smettendo di correre dietro alle false promesse, si rendano conto della forza, anche politica (alcuni milioni di voti tra diretti ed indiretti), che rappresentano e decidano di tuffarsi, compatte, come una sola entità, nell’agòne politico e sindacale tenendo presente il vecchio motto “ chi fa da se fa per tre”. Certamente, visto quel che offre il mercato politico, non sfigurerebbero al confronto delle altre formazioni.