Dossier Design

Un atteggiamento, verso il mondo del design, che crea idee più che “prodotti”

Un designer come Martì Guixè

L’intervista ad una persona che considera se stesso un ex designer

Martì Guixè, il suo lavoro è una forte riflessione sui comportamenti che girano attorno al mondo dei consumi. Dall’info-shop, sino ad arrivare al negozio monoscarpa, come nasce il concept dei punti vendita Camper? E’ un progetto durato due anni, molto complesso con l’intervento di circa 40 figure diverse dove io ero consulente per la progettazione degli interni, la necessità era di distinguersi e di fornire delle esperienze dei nuovi valori, che non si comprano, ma si vivono. L’info-shop, non è altro che un negozio giornale dove sui muri e sugli arredi, utilizzati al posto della carta, si può leggere il contenuto di pubblicazioni, lasciando in secondo piano i materiali nobili e i particolari costruttivi, per restituire solo informazione, per una comunicazione più diretta. Si tratta di un’idea semplice e divertente, la cui caratteristica è la collaborazione con Camper, tutto nasce dalla relazione tra le parti, il modo è del designer, lo stile è dell’azienda. La scarpa Wabi, invece, nasce dalla necessità e dalla volontà di Camper, nel 2000, di produrre una scarpa totalmente naturale e iperconfortevole. Si tratta di un progetto sperimentale ed alternativo, di forte impatto comunicativo progettato in ogni sua parte, con la volontà di porre una scelta etica, mentre la presenza di una sola tipologia di scarpa, ne restituisce una volontà elitaria. Prima del 1999, sempre per Camper ho curato i temporary shop, negozi che durano per poco tempo dove i graffiti ne evidenziavano il passare del tempo, questa soluzione insieme al colore rosso è stata utilizzata nel Wabi Shop con l’identica motivazione. Esporre un prodotto commerciale, all’interno degli showroom, come se fosse un museo, è una strategia ancora oggi praticabile? Tutti i negozi hanno oggi necessità di creare un’ aurea che renda speciale il proprio prodotto, per me, l’unico tramite è la cultura, capace di costruire qualcosa che nessuno può comprare, e non il disporre il prodotto industriale come se fosse un’opera d’arte. Come si configurano i retail oggi? Lo spazio di retail è diventato un luogo di comunicazione, dove non interessa più sentirsi dire solo comprami”; esattamente la società di consumo deve essere intesa come una nuova natura, e i luoghi destinati all’acquisto devono configurarsi come luoghi del relax dove poter passeggiare, dove poter occupare il proprio tempo libero e dove trovare qualcuno che ti racconti qualcosa, solo così si crea quella complicità capace a far acquistare il prodotto per senso di appartenenza o come souvenir dell’esperienza vissuta. Qual è il tuo modo di comunicare e di comunicarti? Io non faccio promozione, per me si tratta solo di documentazione, tutto, dalla grafica alla fotografia deve comunicare il senso e l’umore dell’oggetto o di quello che è successo, un vero e proprio archivio del mio fare. Nei tuoi progetti di Food Design il cibo è strettamente connesso al mondo dell’informazione e della comunicazione, dalla Techno-Tapas al cibo sponsorizzato, sino ai fast food come motori di ricerca o ristoranti come campi di calcio; per te quanto importante è nella progettazione del cibo la tecnologia, la cultura gastronomica e gli stili di vita? Per quanto riguarda l’esperienza di Food Facility, l’idea è maturata da una precisa richiesta di Mediamatic (azienda specializzata nella realizzazione di applicazioni multimediali) nel voler creare un progetto che legasse il cibo al contesto dei new media; non si tratta di un progetto di ambienti quanto di un concept, un ristorante dove gli ingredienti sono outsearching, motori di ricerca e network, un negozio senza contenuto, che come google, offre ricerca di servizi a questa società di consumo. L’operazione è durata solo due mesi, al piano terra nella sede della Mediamatic ad Amsterdam, dove la cucina centrale era sostituita da cucine dei ristoranti take-away, di diversa nazionalità della zona, offrendo così la scelta di un menù internazionale sempre diverso. Il mio concept era quello di decostruire ancora un altro fondamento solido del nostro ambiente culturale e culinario: il ristorante tradizionale. Invece Foodball a Barcellona, nasce da un comportamento, l’idea era quella di voler creare un luogo di cibi naturali, che non fosse uguale ad altri, ma che tramite un gesto una associazione un modo dì.., restituisse il concetto. Cosi da Foodball si mangia con le mani, si beve acqua che esce dai rubinetti, seduto in panche che sembrano spalti, e cibo bio e organico di forma rigorosamente rotonda. Nei progetti di food design qual’è il rapporto che instauri con lo chef? Io lo uso come modellista e consulente del gusto, per me serve solo a questo visto che io non ho nessuna capacità nel cucinare. Il tuo intervento allora è solo estetico? Il mio intervento è sull’aspetto concettuale, ergonomico, e tutto ciò che rende design un prodotto.

Ha preso sempre più campo l’interior design

L’arte dell’arredare

Nella progettazione delle case ha ormai preso campo una vera e propria arte che viene di volta in volta personalizzata per ogni tipo di esigenza: l’interior design. Giovanni Patti a proposito sottolinea: “Spazio, equilibrio,armonia,colore,luce,materia. Interpretare tutto questo, per poter dare ai nostri clienti, un ambiente dove vivere parte della loro vita,unico; creato solo ed esclusivamente per loro,perché la nostra casa parla di noi, deve starci attorno comoda,come quando indossiamo la nostra camicia preferita. Siamo attenti e bravi tutti a scegliere l’automobile,il telefonino adatti a noi alle nostre esigenze,o l’abito adatto a l’occasione. Arredare mi rendo perfettamente conto che è cosa diversa. L’impegno economico per arredare con gusto e qualità ci porta sicuramente ad essere attenti a non sbagliare. Personalmente penso che il designer più bravo e quello che riesce. Ad emozionare con poche linee e senza fronzoli. Io ho la fortuna di lavorare con un’azienda, Tripo interni & design che da tanti anni propone i marchi più prestigiosi dell’arredamento, ma la fortuna vera,è:avere la possibilità con essa di arredare, spero sempre più belle e importanti case. Vendere semplicemente mobili non fa per noi.”