Il mestiere di scrivere divertendosi
Professione copywriter: niente regole, tante eccezioni. E un bagaglio culturale
fatto di tutto, pronto per essere riutilizzato in modo nuovo
Non solo scrittori e poeti
nella storia della letteratura
mondiale del 21° secolo.
Anche l’opera dei copywriter,
esperti comunicatori della contemporaneità,
è destinata a lasciare
la sua traccia nel tempo, come
simbolo e sintesi della miriade di
voci dell’oggi. Letteralmente la
parola inglese indica chi, all’interno
di un’agenzia, ha il compito di
ideare e scrivere i testi pubblicitari.
Il copy svolge la sua attività
creativa in stretto collegamento
con l’art director, più attento alle
immagini, ed oggi viene sempre
più spesso affiancato anche dal
web writer, incaricato di scrivere i
testi per internet. Cosa sia e cosa
faccia un copywriter è facile a
dirsi; il difficile è invece dire come
diventarlo, anche perché l’atto
creativo in sé segue gli stessi percorsi
d’illuminazione fulminea o
di lenta progressione d’immagini
tra loro concatenate tipica della creazione artistica. La professione
è certo di quelle che affascinano i
giovani e non solo, richiamati da
corsi e laboratori di preparazione
in cui si cerca di indirizzare il loro
estro in efficaci messaggi pubblicitari.
Il lavoro del copy, però, è di
quelli difficili da imparare, senza
regole scritte e tante, continue
eccezioni alla regola.
Quando qualcuno chiedeva o
proponeva “regole” per fare comunicazione
efficace a David
Ogilvy, il più celebre pubblicitario
della storia, lui si irritava rispondendo
per le rime: «not rules,
fools, tools», che tradotto in italiano
suona “non regole, sciocchi,
strumenti”. Vale a dire niente
regole rigide, ma criteri e metodi
imparati sul campo attraverso l’esperienza
e lo studio, che non
vanno applicati alla lettera ma
compresi nella loro sostanza e
significato. Prima che un buon
comunicatore, dunque, il copywriter
dev’essere un eccellente pensatore.
Una persona colta e curiosa,
interessata alla cibernetica
come alla musica lirica, agli sport
acquatici come alla politica estera.
Come scrive Emanuele Pirella,
altro celebre pubblicitario, «Nella
cassetta degli attrezzi di un creativo
c’è tutto», il passato, il presente,
le parole, le immagini, le letture,
i ricordi. Un vero copywriter è
dunque un soggetto speciale, fondato
su solide basi ancorate alla
“normalità”. Tanto per cominciare
deve saper scrivere bene in italiano,
un italiano chiaro, semplice,
vivo; mai manieristico o inutilmente
goliardico.
Contrariamente a quanto si possa
pensare, tra le sue doti principali
deve esserci la pignoleria, che tradotta
sul campo significa massima
attenzione al mercato, al prodotto
e al consumatore, con una cura
minuziosa di tutti i dettagli che si
presentano nel corso della realizzazione
di un lavoro. Questo però
non significa che debba vivere
sotto una campana di vetro, concentrato
solo sulla sua opera: è
invece fondamentale per il buon
copy confrontarsi con la gente, e
verificare direttamente con il pubblico
le proprie idee. Il tutto, ovviamente,
credendo nel proprio
mestiere, impegnandosi a fondo e
divertendosi nel farlo; sapendo
che chi smette di imparare, in
questo lavoro, diventa presto inutile.
Bando allora alle furbesche
scorciatoie, partendo invece da
una solida preparazione di base
da assimilare profondamente, per
poi trasgredirla creando con le
parole. Più che un percorso formativo
per un copywriter questo
appare un po’ come un progetto
di vita a tutto campo. Quanti
siano oggi i veri copy non è facile
dirlo: ma se fossi un’impresa che
investe in pubblicità andrei a cercare
l’agenzia in cui lavorano.