Assessore Rabboni,
quali sono le prerogative
del nostro sistema
agroalimentare?
L’agricoltura in Emilia-Romagna
è l’agricoltura dei primati:
siamo la regione italiana
con il maggior numero di
marchi di denominazione di
origine controllata riconosciuti
a livello europeo e tra
le prime per i vini DOC. Non
solo: siamo la prima regione
del nord-Italia nel campo dell’agricoltura
biologica e per
questo abbiamo ricevuto il
premio nazionale Bio-Regione
2006. L’Emilia-Romagna è
poi molto proiettata nell’export
agricolo e agroalimentare
e abbiamo produzioni
d’eccellenza in campo zootecnico
e vegetale. La Romagna
ha una produzione ortofrutticola
che compete col
prodotto tipico mediterraneo,
mentre gli allevamenti
zootecnici dell’Emilia sono
conocorrenziali con quelli
dell’Europa centrale e del
nord Europa.
Qual è il rapporto del prodotto
con il territorio?
La nostra forza sta in due valori
che si integrano: l’identità
e l’affidabilità. Questo perché
i prodotti tipici tradizionali
pur mantenendo il loro stretto
rapporto con il territorio si
sono rinnovati per aderire alla
domanda di sicurezza alimentare:
il vecchio e il nuovo
vivono nello stesso prodotto.
Viene coniugata la tradizione
con la domanda del moderno
consumatore.
E l’industria che posto ha
in questa scala di valori?
L’agricoltura emiliano-romagnola
gode di questi primati
perché è strettamente connessa
con i processi di trasformazione
dei prodotti,
pensiamo ai formaggi, ai prosciutti,
agli insaccati in genere.
C’è un rapporto stretto tra
l’agricoltura e le strutture di
trasformazione dei prodotti
agricoli: macellerie, caseifici,
prosciuttifici, ecc. e tutto
quello che fa parte della cosiddetta
“filiera agro-alimentare”,
quel processo di trasformazione
che porta alla
valorizzazione commerciale
dei prodotti.
Qualità e quantità: come
vengono coniugati questi
due sistemi di valori?
Per quanto riguarda la qualità
abbiamo il più alto numero di
prodotti DOP (denominazione
di origine protetta) in Europa,
che possiedono dunque
elementi di assoluta garanzia
per il consumatore:
devono rispettare determinate
procedure di produzione,
utilizzare solo certe materie
prime. Tutti fattori che vengono
costantemente verificati
da un soggetto
terzo. Si tratta in
genere di prodotti
che hanno un
forte appeal sul
mercato e che
fanno da traino
per altri prodotti.
Hanno in pratica
il ruolo di ambasciatori
delle eccellenza
di un
territorio. In più
nel nostro territorio
esistono
prodotti DOP significativi
anche
dal punto di vista
quantitativo, pensiamo
ad esempio al Parmigiano
Reggiano o al Prosciutto
di Parma. Ma stiamo chiedendo
un marchio IGP (identificazione
geografica protetta)
anche per l’aceto balsamico
di Modena (presente ormai
in tutti i mercati mondiali)
del quale vengono prodotti
oggi 50 milioni di litri all’anno
e che va distinto da quello
tradizionale (che invece ha
una produzione pregiatissima
ma limitata, non più 100.000
litri all’anno). Si tratta di eccellenze
agroalimentari che
devono essere tutelate anche
a livello internazionale.
Passiamo dalla parte del
consumatore. Come è cambiato il modo di mangiare
in questi anni?
Il consumatore ha timore che
il prodotto contenga sostanze
nocive per la salute. L’agricoltura
emiliano-romagnola ha
giustamente scommesso su
un prodotto che contenga poca
chimica, meno chimica di
tutti i prodotti similari concorrenti.
Con la produzione integrata
poi, che caratterizza ormai
tutta la regione, la chimica
viene ridotta ai minimi: si
parla esclusivamente di “intra
prodotti e territorio, ed un
esempio sono “Le strade dei
vini e dei sapori”, tredici percorsi
in Emilia-Romagna pensati
proprio per unire gusto,
cultura, storia, tradizioni e
natura. L’altra ha un approccio
più didattico con il progetto
“Fattorie aperte”: ogni
anno mediamente 80.000
persone frequentano le 600
fattorie che aderiscono alla
nostra inziativa. Ma il nostro
impegno è rivolto anche direttamente
verso i consumatori
più sensibili: i bambini e
gli ammalati. Inidirizziamo le
scuole pubbliche, i nidi, le
materne, le scuole elementari
ed anche le mense degli
ospedali ad utilizzare prodotti
tipici tradizionali e prodotti
biologici almeno al 70%.
c o l t i -
vano il biologico,
dunque senza
impiegare sostanze
chimiche. Nel 2005 il numero
delle aziende di trasformazione
e preparazione
del biologico è cresciuto del
20% rispetto al 2004.
Una produzione che va a
incidere anche sugli stili di
vita…
Bisogna persuadere il consumatore
che un altro stile di vita
e di consumo è possibile.
Che conviene e aiuta a vivere
meglio. Lo dice anche l’associazione
Slow Food, che della
qualità nell’alimentazione ha
fatto la sua bandiera: servono
prodotti che siano “buoni, puliti
e giusti”.
Quali le strategie messe in
campo dalla regione Emilia-
Romagna?
Da sola la Regione non può
che incidere per una piccola
parte. Serve che anche le altre
istituzioni, i media, la scuola,
facciano la loro. Noi stiamo
lavorando in due direzioni:
una più di carattere educativo,
valorizzando la relazione Assessore Tiberio Rabboni
terventi chirurgici” che colpiscono
in determinati periodi
solo gli insetti non eliminabili
con tecniche naturali. Ho partecipato
nei giorni scorsi all’assemblea
dei soci di una
grande cantina cooperativa:
dati che sono stati presentati
dicono che nel 2005 con la
produzione integrata, su 2.600
ettari di vigna, sono stati risparmiati
5 milioni di litri di
insetticida rispetto al 2004. In
Emilia-Romagna abbiamo anche
grandi realtà agricole che tra
prodotti e territorio, ed un
esempio sono “Le strade dei
vini e dei sapori”, tredici percorsi
in Emilia-Romagna pensati
proprio per unire gusto,
cultura, storia, tradizioni e
natura. L’altra ha un approccio
più didattico con il progetto
“Fattorie aperte”: ogni
anno mediamente 80.000
persone frequentano le 600
fattorie che aderiscono alla
nostra inziativa. Ma il nostro
impegno è rivolto anche direttamente
verso i consumatori
più sensibili: i bambini e
gli ammalati. Inidirizziamo le
scuole pubbliche, i nidi, le
materne, le scuole elementari
ed anche le mense degli
ospedali ad utilizzare prodotti
tipici tradizionali e prodotti
biologici almeno al 70%.



